Industria automobilistica e nazismo
La storia dei totalitarismi è strettamente legata al tessuto economico che in parte li favorì e che convisse con loro in un rapporto malato. Il nazismo non ebbe alcun problema a interloquire con istanze economiche che in Germania rappresentavano capisaldi dell’economia e che ancora oggi sono nomi celeberrimi. Volkswagen Golf, Polo, Passat, Touran sono modelli di auto che conosciamo benissimo, che abbiamo acquistato, che guidiamo tutti i giorni. Ma le origini dell’azienda di Wolfsburg non vantano natali nobili.
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Fu Hitler a volere commissionare una vettura per il popolo, impossibilitato a comprare auto più costose quali la Mercedes. Erano gli anni Trenta e Hitler affidò il progetto a Ferdinand Porsche, il padre della futura omonima azienda automobilistica. Allo scoppio della guerra le auto vennero convertite in macchine militari, solo al termine del conflitto la Volkswagen conoscerà il successo con il Maggiolino. Grazie al lavoro di storici, quali Hans Mommsen e Manfred Grieger si è ricostruito il rapporto strettissimo tra l’azienda di Wolfsburg e il nazismo: erano prigionieri di guerra e deportati a essere impiegati nelle fabbriche, sotto la sorveglianza delle SS. Lo stesso nome della città di Wolfsburg è da ricollegarsi al nazismo: non ha niente a che vedere con il castello di Wolfsburg, ma sarebbe invece la “città del lupo”, soprannome di Hitler, secondo un’interpretazione condivisa anche dal massimo esperto di nazismo Joachim Fest.
La Volkswagen ovviamente non fu l’unica azienda a intrecciare stretti rapporti con il nazismo; tutti i settori dell’industria furono più o meno coinvolti. Restando nel settore automobilistico ricordiamo ad esempio la BMW e l’opera di trasparenza avviata dai nipoti del fondatore Gunther Quandt, che ha portato alla luce come 50.000 prigionieri vennero utilizzati come manodopera nelle fabbriche dell’azienda.









