Industria automobilistica e nazismo

La storia dei totalitarismi è strettamente legata al tessuto economico che in parte li favorì e che convisse con loro in un rapporto malato. Il nazismo non ebbe alcun problema a interloquire con istanze economiche che in Germania rappresentavano capisaldi dell’economia e che ancora oggi sono nomi celeberrimi. Volkswagen Golf, Polo, Passat, Touran sono modelli di auto che conosciamo benissimo, che abbiamo acquistato, che guidiamo tutti i giorni. Ma le origini dell’azienda di Wolfsburg non vantano natali nobili.

©panthermedia.net/Frank Schürmann

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Fu Hitler a volere commissionare una vettura per il popolo, impossibilitato a comprare auto più costose quali la Mercedes. Erano gli anni Trenta e Hitler affidò il progetto a Ferdinand Porsche, il padre della futura omonima azienda automobilistica. Allo scoppio della guerra le auto vennero convertite in macchine militari, solo al termine del conflitto la Volkswagen conoscerà il successo con il Maggiolino. Grazie al lavoro di storici, quali Hans Mommsen e Manfred Grieger si è ricostruito il rapporto strettissimo tra l’azienda di Wolfsburg e il nazismo: erano prigionieri di guerra e deportati a essere impiegati nelle fabbriche, sotto la sorveglianza delle SS. Lo stesso nome della città di Wolfsburg è da ricollegarsi al nazismo: non ha niente a che vedere con il castello di Wolfsburg, ma sarebbe invece la “città del lupo”, soprannome di Hitler, secondo un’interpretazione condivisa anche dal massimo esperto di nazismo Joachim Fest.

La Volkswagen ovviamente non fu l’unica azienda a intrecciare stretti rapporti con il nazismo; tutti i settori dell’industria furono più o meno coinvolti. Restando nel settore automobilistico ricordiamo ad esempio la BMW e l’opera di trasparenza avviata dai nipoti del fondatore Gunther Quandt, che ha portato alla luce come 50.000 prigionieri vennero utilizzati come manodopera nelle fabbriche dell’azienda.

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Pietre d’inciampo a Roma

A gennaio 2012 sono state poste nella città di Roma altre 72 “Stolpersteine”, le pietre d’inciampo dell’artista tedesco Gunter Demnig. L’idea risale al 1993 quando Demnig a Colonia presentò un’installazione relativa alla persecuzione naziste nei confronti di rom, sinti, omosessuali. All’obiezione di una donna che sosteneva che a Colonia non ci fossero mai stati rom, Demnig sviluppò l’idea di testimoniare la presenza delle persone che vennero annientate dalla persecuzione con un’opera viva.

©panthermedia.net/Martina Berg

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Quale metodo migliore se non quello di porre dei sanpietrini, nei luoghi dove queste persone avevano vissuto, prima di essere deportate e uccise? In tutta Europa si contano più di 27mila pietre e anche Roma rientra nel progetto dal 2010. Adachiara Zevi cura il progetto italiano e uno dei nuovi sanpietrini posizionati di recente ricorda il sacerdote don Pietro Pappagallo che, oltre all’aiuto dato ai perseguitati, denunciò anche una spia tedesca e venne ucciso nelle Fosse Ardeatine. La sua figura tra l’altro ispirò anche Rossellini per “Roma città aperta”. Il progetto è patrocinato dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della Comunità Ebraica di Roma e nasce sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Varie sono le associazioni e i musei che lo promuovono e che vanno ricordati per l’impegno, la serietà e la nobiltà dell’iniziativa: Aned Associazione Nazionale ex Deportati, Anei Associazione Nazionale ex Internati, Cdec Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Federazione delle Amicizie Ebraico Cristiane Italiane e il museo Storico della Liberazione.

Del comitato scientifico fanno inoltre parte: Anna Maria Casavola, Annabella Gioia, Antonio Parisella, Liliana Picciotto, Micaela Procaccia e Michele Sarfatti. Persone e istituzioni che portano avanti un progetto che da un volto nuovo alle nostre città, che non dimentica il passato e che restituisce dignità alle vittime della furia nazista.

Memoriale della Shoah a Berlino

Sulla proprietà che un tempo apparteneva a uno dei più meschini protagonisti della storia nazista tedesca, Goebbels, sorge oggi il monumento dedicato agli ebrei vittime della Shoah. Inaugurato a maggio del 2005, l’architetto che l’ha progettato è Peter Eisenman, di origine ebraica. La zona in cui sorge è presso la porta di Brandeburgo, nelle vicinanze prossime del bunker di Hitler e al quartiere generale dei vertici nazisti.

© Jan Kranendonk - Fotolia

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Una visita all’interno dell’enorme labirinto non lascerà indifferenti; non solo per la tragica storia che racconta, ma per il senso di perdita che si avverte. 2.711 pilastri di calcestruzzo sono stati disposti come un’enorme scacchiera e sprofondano nel suolo per riemergere in onde che fagocitano il visitatore. Disorientamento al massimo grado, più ci si addentra all’interno del labirinto più si perde il contatto con la realtà e la città sparisce agli occhi. Solo cemento, solo enormi blocchi che oscurano la vista e fanno perdere il senso dell’orientamento e la possibilità di trovare una via di scampo a quella che fu una tra le macchie più ignobili della storia mondiale. I blocchi sono larghi 2,375 m e lunghi 95 cm, mentre l’altezza varia da 0,2 a 4 m, a seconda la loro disposizione all’interno della griglia ortogonale. L’idea di base dell’architetto è stata infatti quella di ricreare una enorme zona che si riallacciasse al senso di ordine e rigidità del totalitarismo nazista, capace di far perdere il contatto con la realtà ai suoi tanti sostenitori.

Un lavaggio del cervello che avveniva allora tramite l’inquadramento delle masse, come del resto per ogni regime totalitarista, e che oggi nel memoriale si realizza sotto forma di esasperazione di quei concetti stessi in un’agghiacciante costruzione imponente. I blocchi sono anche simboli delle tante lapidi degli ebrei uccisi, che con la loro presenza ricordano la degenerazione di ideologie folli.

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Fosse ardeatine

Anche quest’anno si è tenuta l’annuale commemorazione delle vittime delle atroci Fosse Ardeatine, episodio diventato simbolo della crudeltà e della ferocia nazista. Ogni anno si ricordano le 335 vittime della strage del 24 marzo 1944: sfilata della memoria, coinvolgimento di scuole e cittadini, massime rappresentanze riunite, tra le quali il Capo dello Stato.

©panthermedia.net/Paul Heubeck

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Un’occasione quella di marzo per non dimenticare mai quello che avvenne in via ardeatina a Roma, quando i nazisti massacrarono, per rappresaglia 10 italiani per ogni soldato tedesco ucciso. In via Rasella infatti il 23 marzo alcuni membri del GAP (Gruppi di Azione Patriottica) tesero un agguato a un reparto delle S.S. e 33 soldati tedeschi persero la vita. La reazione dei tedeschi non si fece attendere a lungo e su ordine impartito direttamente da Hitler, il Tenente Colonnello Herbert Kappler coordinò le truppe della Gestapo per rastrellare 335 persone e trucidarle. L’ordine fu chiaro: per ogni soldato tedesco 10 italiani dovevano essere giustiziati. Tanti furono prelevati dalle carceri di via Tasso, dove vi erano molti prigionieri politici, altri direttamente dalle strada.

Oggi una lapide ricorda le vittime di quel massacro e quest’anno un altro nome si è aggiunto a quelli già conosciuti: Michele Partito, 30 anni, di Casteltermini (Ag). Gli ignoti sono così scesi a nove, grazie al lavoro dei Ris che riesumando le tombe, danno un nome ai caduti. La lista dei nomi viene poi letta in ordine alfabetico, durante la celebrazione.

Herbert Kappler fu rinchiuso in carcere in Italia e condannato all’ergastolo, nonostante le richieste di scarcerazione dell’anziana madre e gli appelli di clemenza mossi dal Presidente della Germania Heinemann e dal Cancelliere Helmut Schmidt. Riuscirà a evadere e fuggire in Germania, grazie all’aiuto della moglie e di altri amici, mentre le autorità tedesche dichiararono che il prigioniero di guerra aveva esercitato il suo diritto alla fuga. Da lì a poco morirà a causa del cancro di cui era malato.

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Addio Bettina Lopes

Il 10 febbraio ci ha abbandonato l’artista Bettina Lopes, militante antifascista e anticoloniale che con le sue opere ha voluto testimoniare il valore dell’inclusione sociale, della solidarietà umana, del desiderio della curiosità umana e della contaminazione culturale.

© javarman - Fotolia

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L’artista nasce a Maputo in Mozambico da padre portoghese e madre mozambicana. La sua storia personale riunisce in sé fin dalle origini il forte sentimento di integrazione tra i popoli, culture e continenti, sentimento che Bettina Lopes ha sempre espresso nelle sue opere. Bettina Lopes è costretta a lasciare il Mozambico per ragioni politiche e si trasferisce da giovane a Lisbona dove termina gli studi grazie alla borsa di studio della Fondazione Calouste Gulbenkian di Lisbona, dove entra in contatto con artisti noti come Carlo Botelho, Albertina Mantua, Nuno Sampaio e Costa Pinheiro e molti altri.

Poi deve lasciare anche il Portogallo a causa della dittatura fascista. Dalla sua storia nasce quindi il suo sentimento fortemente anticoloniale e antifascista che contraddistingue le sue opere e la sua persona. Roma infine la accoglie nel 1964, dove appunto rimane fino alla sua morte. Bettina Lopes ha esposto le sue opere in tutto il mondo, da New York a Madrid, da Teheran a Roma. Nel corso della sua vita Bettina ha stretto amicizia con importanti personaggi politici, ma non solo, tra cui Nelson Mandela, Enrico Berlinguer, l’ex presidente portoghese Mario Soares e Carlo Levi. Le sue opere sono conosciute a livello internazionale e sono esposte in tutto il mondo. Le ultime mostre dell’artista si sono tenute al Palazzo dei Congressi di Roma, alla fortezza da Basso di Firenze e al museo Campano di Capua.
Ambasciatrice della solidarietà in molti Paesi, Bettina Lopes è stata un’importante artista impegnata a diffondere messaggi anticoloniali e antifascisti.

Demning e le pietre d’inciampo

© Eri - Fotolia

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Nel 1993 durante una commemorazione a Colonia di Sinti e Rom scomparsi durante l’era nazista l’artista tedesco Gunter Demning decide di fare un progetto in memoria dell’Olocausto, accolto con grande fervore dai cittadini tedeschi. Nel 1994 l’artista espone in una chiesa alcune fotografie e le prime pietre d’inciampo. Nel 1995 Demning installa a Colonia la prima pietra d’inciampo dando così il via al progetto al quale hanno partecipato molte persone, istituzioni, associazioni e scuole.

Nel 1996 in occasione del progetto “Gli artisti indagano su Auschwitz” sono state posate 55 pietre d’inciampo a Berlino. A sostenere il progetto sono stati numerosi cittadini, scuole e associazioni, che con grande impegno hanno raccolto le informazioni sulla vita delle vittime. Inoltre molti privati hanno patrocinato le pietre e donatori finanziato la commemorazione.
Le pietre commemorative, in tedesco chiamate “Stolpersteine”, quindi pietre d’inciampo, sono dedicate non a gruppi di vittime, bensì a singoli individui perseguitati durante il periodo nazista di cui non si hanno più tracce o che sono state deportate nei campi di concentramento. Le pietre d’inciampo sono personalizzate e vengono incastonate nei marciapiedi in modo tale che i pedoni metaforicamente ci inciampino sopra. Le pietre vengono installate sul marciapiede di fronte al portone dove ha vissuto la vittima del regime nazista per ricordarne la sua storia. Le pietre toccano nel profondo perché portano nel presente i destini di persone che vivevano nel proprio quartiere o nella propria strada. Il cubo di cemento è di dieci centimetri per dieci sul quale lato superiore si trova una targa con il nome, l’anno di nascita e il luogo di deportazione (se conosciuto).
Per la sua attività Gunter Demning ha ottenuto due onorificenze: il Merito della Repubblica Federale Tedesca e il German Jewish History Award.